“Ciao mamma, vado via a cercar fortuna”

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Emigrare. Un plauso alla collega. Ciao, mamma.

Ciao, mamma. Questo Sud non fa per me

La maggior parte giovani e con un alto livello di istruzione. La lettera immaginata di un giovane emigrante del Sud a sua madre.

Ciao, mamma.

E no, non vado a divertirmi. Vado e basta. È la mia battaglia, la prima che vincerò, contro i ladri di futuro. Ho combattuto in questi anni, ci ho provato, ma non ci sono riuscito. E l’elemosina no, non la so chiedere, non la voglio chiedere. Non ho alcuna voglia di fare anticamere infinite in chissà quale segreteria “particolare” affollando le greggi dei fantasmi a cui si stringe la mano e si dà una pacca sulla spalla. Non serve a niente. Da qui me ne vado, e non per studiare ancora, al nord. Chissà, un master. No, lo sai, la laurea l’ho presa qui nella nostra città, e tutti i giorni speravamo, ci illudevamo, che potesse cambiare qualcosa. Si è cambiato. È sempre peggio. E lo sapevamo che se avessi deciso di partire prima, di fare il pendolare casa-Università, magari una volta al mese, ma studiare fuori costa, costano i trasporti, costa mantenermi, mantenersi, forse sarebbe andata meglio. Ma ho la testa dura che oggi, forse, non è matura ma sfatta dai troppi no, dall’indifferenza, da quel senso di solitudine di fronte a quella vita che t’aspetta ma che non sai quale e come sarà, come potrebbe essere. Ed allora via. Sono stanco di leggere numeri di cui non faccio parte, quello svuotamento del Sud, quella fuga dei suoi giovani, dei suoi talenti. È arrivato il momento che anch’io diventi almeno un numero. Mi costerà tanta fatica trasformarlo in un’identità, possibilmente non solo produttiva, ma ce la farò.

Quando mi hai accompagnato al treno, con il tuo orgoglio di donna del sud che ha lottato una vita per avere questo figlio “dottore” non ci siamo detti ciao, arrivederci. Lo sapevamo entrambi. Era un addio. Non fra noi, ma fra me e la mia terra che amo almeno quanto la odio. Eppure ci stavo bene al Sud, volevo rimanerci, costruire qualcosa non solo per me. Ma, vicini ai 30 anni, prima di diventare già vecchi, bisogna avere la forza di mettere da parte i sogni di quel bambino che voleva “fare il professore”, insegnare, crescere altre generazioni. Devo crescere prima io, prima me, e poco importa che se quella laurea non mi servirà e finirò magari in una mensa per anziani, alla reception di un hotel. Hanno risposto, alcuni almeno lo hanno fatto, alla mia disperata ricerca di un lavoro.  Vado, e quel che sarà, sarà. Accetterò anche quello più umile, così come mi hai insegnato. Si comincia sempre dal basso, no?

Le mani sporche di terra, di olio sono pur sempre mani pulite e ripulite dalla dignità, non quelle sporche della malavita. E per farti capire, ma ad una mamma come te questo non si può dire, ti lascio qualche numero, scegli tu qual è il mio. Chi si laurea al Nord trova lavoro prima (dopo un anno il 74% contro il 53%) e guadagna come primo stipendio oltre 200 euro in più.  Su cento laureati residenti al Nord, 7 se ne vanno per lavorare, prevalentemente all’estero; il Sud perde oltre un quarto del suo capitale umano: il 26 per cento. Per come la vedo io, sono parte di quel 26%. Ma ritornerò ogni volta che potrò, anche se questa terra mi ha cancellato, e ad una non mancherò mai: al tuo compleanno. Non è una resa. È il contrario. Non ho colpe. Sono un migrante. Vado incontro alla vita. Passo di lì, per altre terre, per andare oltre.

Daniela Eronia

BIOGRAFIA:Di me hanno detto che sono stata una giornalista molto scomoda, poi un’imprenditrice troppo intraprendente. È così: quando una donna si dedica con passione alla città che ama, per renderla migliore, finisce con il creare inquietudini. Per aggiungerne qualcuna in più, torno a scrivere, nel solito mondo. A volte sarà irriverente, altre dissacrante. Sicuramente “controverso”. Comunque, se vi fa piacere deciderete voi.

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