Rossoblù story – Pietro Maiellaro e Totò De Vitis, gli artisti del pallone

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Quando scendevano in campo gli allenatori avversari urlavano  Attenti a quei Due

 

Pietro Maiellaro e Totò De Vitis, gli artisti del pallone

 

Tutti parlano di calcio, tanti lo giocano, solo pochi riescono nella sottile arte di spiegare cosa sia in concreto questo sport con un esempio semplice semplice: se hai i piedi buoni e la butti dentro, sei più chiaro di mille parole. E questo sanno farlo solo i campioni. Da Taranto ne sono passati tanti ma, di fuoriclasse, a memoria d’uomo, se ne ricordano pochi oltre al mitico Erasmo Iacovone: l’indimenticabile Toni Giammarinaro che appena sedicenne aveva esordito nel grande Torino del dopo Superga, lo stupendo Totò Lopez (il Falcao dei poveri), il non sempre compreso Franco Selvaggi. Poi, prima metà degli anni ’80, ecco la coppia dei sogni: due pugliesi nati agli antipodi della nostra lunghissima regione: Pietro Maiellaro da Candela e Totò De Vitis da Lecce, tutti e due poi approdati in serie A.

Pietro Maiellaro, il Maradona del Tavoliere, oggetto del desiderio di tante squadre blasonate, cadenze quasi neghittose, spesso irritanti, dribbling d’alta scuola, col suo destro di velluto faceva ciò che voleva del pallone.  Divertiva, esasperava, andava in pause irrituali, ma faceva gol di una bellezza degna di campionati superiori. I suoi assist, poi, quando si decideva a farli, erano tre quarti di gol in partenza. Che fosse un predestinato lo si capì sin dal primo giorno in cui giunse a Taranto. Dimostrò subito di aver tutto per sfondare nel calcio che conta. Ma si sa, nella vita occorre fare i conti con il proprio destino. Dopo tanti sacrifici -compreso un presunto “tradimento” a danno del tifoso tarantino – Pietro approdò in Serie A e si ritrovò in una squadra, la Fiorentina, ricca di talenti, dove il suo estro e la sua genialità vennero relegati in panchina. A Pietro rimase una bacheca carica di ricordi rossoblù: le sue giocate che aavevano fatto esplodere, un’infinità di volte, lo “Iacovone”, quando il Taranto era in B; l’essere stato la bandiera di questa squadra, di una città che, a  passione calcistica, ha poco da invidiare ai club della massima serie; quel suo passo felpato, il modo in cui accarezzava la palla, prima di indirizzarla nel “sette” della porta;  gli occhi dei tarentini che lo hanno amato come pochi altri transitati in riva allo Jonio.

Pietro oggi è un cinquantenne ma il suo tocco di palla è lo stesso; basta osservarlo nei tornei amatoriali. Il calcio per lui è stato ed è la ragione più importante della sua vita. I ricordi del Taranto e della città,  sono ancora vivi dentro di lui. Ogni volta che si parla dei rossoblù, i suoi occhi brillano. Eppure gli capitò di esser chiamato traditore, quando passò al Bari, squadra rivale da sempre dei rossoblù, ma per lui “i tarantini hanno la scorza dura di chi non si vuole mai far sottomettere, sono persone speciali. Ho vissuto due anni stupendi, anche se c’è da dire che erano anni completamente diversi”.

Cioè?

“Oggi, un’esperienza a Taranto, non avrebbe più il fascino di allora”.

Il tradimento, Pietro. Favola o un pizzico di verità?

“La verità la conoscono tutti. Fui costretto a firmare, perché il presidente Fasano era in enormi difficoltà e la mia cessione fu ossigeno per le casse della società. Il Bari pagò 2 miliardi e trecento milioni delle vecchie lire più due giocatori (Rosselli e Gridelli). A quei tempi erano tanti soldi”.

I colori rossoblù, la maglia del Taranto. Cosa sono stati per te?

“Un tuffo al cuore, qualcosa di inspiegabile, solo chi l’ha sudata quella maglia può capire cosa significa. Ho vissuto tanti momenti belli che ancora oggi mi emozionano. I tarantini mi hanno amato ed io ero orgoglioso di loro. Lo sono ancora oggi: in tanti mi apprezzano ancora per quello che ho fatto e per le emozioni che hanno vissuto con i miei gol ed i miei assist. Quando ho la possibilità, vado a vederlo il Taranto. E’ sempre una bella sensazione rivedere la squadra dove hai lasciato una parte del tuo cuore”.

Un ricordo particolare da regalare ai lettori della Voce del popolo?

“Ce ne sono tanti. Dedico a loro un derby a Lecce, la città di Totò (De Vitis, ndr). Eravamo sullo 0-0 e al quinto minuto della ripresa l’arbitro Luci di Firenze ci fischiò una punizione a favore. Io parlottai con Silvio Paolucci per confondere gli avversari. Alla fine decisi di tirarla e riuscii a fare un gran gol. Mi sembra ieri: disputammo una gran partita. Vincemmo 1-0 e la tifoseria era al settimo cielo”.

Il calcio ti ha dato quanto?

“Mi ha dato tantissimo: la notorietà e l’agiatezza. Ma mi ha tolto la gioventù e la famiglia. Ma non sono pentito: alla fine ho fatto quello che mi piaceva e mi ritengo un uomo fortunato”.

L’altra faccia vincente di quel Taranto lì si chiama Totò De Vitis. Leccese di nascita e di scuola calcistica, numero nove stampato sulla pelle, classe 1964, bomber per eccellenza. A volte, fare tanti gol non basta per raggiungere gli obiettivi che ti proponi. Da Salerno a Taranto, passando per Palermo, Verona e, soprattutto, Udine, Totò ha dato sempre spettacolo giocando con le spalle alla porta come solo gli attaccanti di razza sanno fare. In riva allo Jonio aveva due “complici”: Silvio Paolucci e Pietro Maiellaro. Con loro, andare in rete, era una semplice formalità, o quasi. Accompagnava i gol realizzati con quel suo sorriso che conquistò immediatamente i tarentini: un osanna dopo ogni rete. Di Totò De Vitis, dovunque, da Udine a Piacenza, da Palermo a Salerno, vi diranno un’unica cosa: è stato un grande centravanti.

Con Antonio si possono ricordare, con piacere, le due gare di spareggio che valsero l’ultima permanenza in B.

Vogliamo parlare di quel glorioso Taranto, Totò

“Era un altro calcio e soprattutto c’era una società solida all’epoca, quindi quella permanenza fu frutto anche di quest’ultima non secondaria componente. Senza nulla togliere alla risalita che facemmo da gennaio in poi, sia chiaro. Oltretutto, negli ultimi cinque mesi di quella stagione, dimostrammo di essere la compagine più in forma di quel momento e questo traguardo centrato ripagò i tanti sacrifici effettuati”.

Tu giocavi spalle alla porta, avevi un modo tutto suo di fare l’attaccante.

“In effetti sono pochi quelli che giocano come solevo fare io. Ultimamente, però, il calcio è cambiato in modo radicale. Ora si basa tutto sulla profondità di gioco, palla a terra. Attaccanti di razza ce ne sono sempre meno perché  oggi la punta deve saper fare tutto, compreso il difensore, all’occorrenza. Io giocavo prevalentemente nei pressi dell’area di rigore e gli ultimi 16-18 metri, erano il mio territorio”.

Il calcio non è più lo stesso, dicevi prima, e accennavi indirettamente a problemi societari. Che fare?

“Semplice: bisogna riscrivere le regole. Non è possibile fallire dopo pochi mesi per mancanza di denaro. Troppi gli inesperti, ora, in questo mondo. E i ruoli, se esistono, devono essere occupati da gente esperta di ogni settore”.

Insomma, se avevano talento da vendere da calciatori, Maiellaro e De Vitis, restano dei fuoriclasse anche da “pensionati”. Ecco perché ci piacerebbe rivederli in ruoli che contano e non quelli di semplici osservatori o consulenti. Possono e devono dare di più perché se il calcio è nel loro Dna dal calcio hanno avuto molto. E’ tempo che restituiscano qualcosa a chi li ha sempre e applauditi e, qualche volta, contestati. Altrimenti che tifo sarebbe mai.

                                                                                  Francesco Leggieri

 

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