Taranto – Marescotti e il “decreto Salva-ILVA”

0
711

Il presidente di PeaceLink, facendo il punto della situazione, parla del nono decreto, delle perdite mensili dell’ILVA e della “strategia di risanamento”

Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink, continua imperterrito il suo percorso intrapreso anni fa sul “caso ILVA”. Inquinamento e manovre di governo sinonimo di parvenza e derisione, esplicate minuziosamente dallo stesso Marescotti, il quale, sul sito di PeaceLink, cerca brevemente di descrivere l’attuale situazione che si presenta dinanzi ai nostri occhi.

Marescotti

matacchiera

A rendere note le vicende ai cittadini, non basta, dunque, la video-denuncia di Fabio Matacchiera, presidente del Fondo Antidiossina di Taranto, a documentare il peggioramento quotidiano della grave e degradante situazione all’interno della “fabbrica della morte”; il processo “ambiente svenduto”; il dossier giornaliero dei dati del PM10 sull’inquinamento a Taranto; serve chiarire le questioni riguardanti il nono decreto, definito erroneamente “decreto Salva-ILVA”, quindi comprendere il motivo per il quale si preferisce rinunciare a salvare la fabbrica e si preferisce, piuttosto, venderla; infine, le ingenti perdite mensili che oscillano intorno ai 50 milioni di Euro al mese (una cifra considerevole).

A tal proposito, Marescotti manifesta ed espone, in maniera chiara ed evidente, il quadro della situazione, scrivendo sul sito di PeaceLink testuali parole, di seguito riportate.

Il nuovo “decreto ILVA” del governo Renzi segna la sconfitta definitiva della “strategia di risanamento” adottata dai governi italiani dal 2012 a oggi.

Dopo il sequestro degli impianti da parte della magistratura nel 2012, i governi hanno legiferato a ripetizione con decreti di emergenza in quanto la fabbrica sprofondava via via in una crisi sempre più grave.

Questo nono decreto non si può più definire neppure “decreto Salva-ILVA”. Infatti il governo rinuncia a salvarla e la vende. Vende ILVA dopo non esser riuscito a salvarla dal disastro. Renzi aveva promesso un “cambio di passo” e un risanamento che non è arrivato. L’ultimo decreto del dicembre 2014 era arrivato dopo che il governo non era riuscito a vendere l’ILVA ad Arcelor Mittal. Renzi – oltre a promettere due miliardi per Taranto mai arrivati – si era impegnato a risanare ILVA prima di rimetterla sul mercato, in quanto non appetibile. Oggi ILVA ha i conti ulteriormente peggiorati a cause di perdite mensili che oscillano intorno alla spaventosa cifra di 50 milioni di euro al mese”.

Il primo punto sottolinea le diverse posizioni e manovre già, precedentemente, “studiate a tavolino”. Ciò che resta in dubbio è, come logicamente espone il presidente di PeaceLink, la questione relativa alla vendita di una realtà imprenditoriale definita “società fallita” dal tribunale elvetico.

Una domanda che sorge spontanea, alla quale corrisponde una risposta mirata; ovvero: “Renzi vende l’ILVA dopo il fallimento di una politica che non è riuscita a salvarla, in quanto sprofonda in un deficit di tre miliardi di euro. Si vocifera di un interesse di Arcelor Mittal per ILVA, come se fosse una multinazionale sana in cerca di vecchie fabbriche da rimettere in sesto. In realtà Arcelor Mittal ha già acquistato acciaierie per chiuderle. E, attualmente, Arcelor Mittal vive una profonda crisi che non non le consente di dare speranza ad altre fabbriche dato che sta vacillando essa stessa sotto il peso di una crisi siderurgica di portata mondiale. Solo nel terzo trimestre Arcelor Mittal ha perso 711 milioni di dollari, e questo è il terzo trimestre in perdita per il colosso siderurgico. La società ha deciso di sospendere il pagamento dei dividendi ed ha visto al ribasso le stime per il 2015”.

Ma, sostanzialmente, qual è il nocciolo della questione? Come ci si adopererà? Quale sarà il futuro che spetterà ai lavoratori e a Taranto? Quando si inizierà a pensare al Bene Comune e a fare concretamente qualcosa di utile?

La replica è, alquanto, immediata, poiché la vendita del siderurgico eviterebbe la “catastrofe” per i lavoratori di Taranto, Genova e dell’indotto; contrariamente a quanto si verificherebbe se ciò non accadesse.

Purtroppo, il governo non ha nemmeno ideato né messo a punto un piano B (riparatorio), come richiesto da PeaceLink, perché il governo è stato bloccato dalla Commissione Europea, la quale ha contestato gli aiuti di Stato del governo italiano, in seguito all’intervento di PeaceLink a Bruxelles.

Eleonora Boccuni

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here