Taranto, una zattera in balia delle onde in un mare in tempesta.

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Sono trascorsi 4 anni e mezzo da un’ordinanza della Magistratura di sequestro senza facoltà d’uso di alcuni impianti dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto perché causano malattie e morti, ma nulla è cambiato in una città colonizzata da anni che non ha ancora il coraggio e la lungimiranza di prendere in mano il proprio destino e scegliere il proprio futuro. Ben 10 leggi salvailva hanno permesso che solo a Taranto, città “strategica” per la nazione, si continuasse ad uccidere impunemente senza salvare ne’ la salute ne’ il lavoro con un’azienda privata che, commissariata dal Governo italiano, spende soldi pubblici per accumulare debiti. Un accanimento terapeutico ed una lenta agonia che sta uccidendo la speranza dei nostri giovani poiché a Taranto c’è il più alto tasso di disoccupazione e li fa emigrare altrove impoverendo sempre di più una terra che avrebbe mille risorse per poter risorgere.
Siamo sull’orlo di un baratro, con il rocambolesco tentativo di cessione dell’ilva (azienda non confiscata) ad altri privati, che potrebbero forse sfruttarla per qualche anno ancora ma che inevitabilmente andrà fuori mercato per la globalizzazione e la sovraproduzione mondiale di acciaio.
In questo scenario la nostra amministrazione ed il nostro Sindaco rimangono impietriti e non prendono posizioni coraggiose in discontinuità con un passato che si è rivelato incapace di risolvere sia i problemi sanitari ed ambientali che quelli occupazionali e sociali. I 3300 operai ILVA in cassa integrazione sono il preludio dei tentativi di convincimento che il Governo sta facendo con i possibili e titubanti futuri fittuari dell’Ilva cui e’ già stata regalata l’immunità proprio perché possano operare tranquillamente in contrasto con le normative ambientali.
Come consigliere comunale d’opposizione ho portato faticosamente in porto diverse mozioni ed ho fatto diverse interrogazioni urgenti al nostro Sindaco. Con delibera n.37 del 27 aprile 2016 sulle ” elevate emissioni di diossina a Taranto e ritardo nella conoscenza” il Sindaco era impegnato a chiedere al Ministero dell’ambiente l’attivazione di alcune procedure del Dlg. 152/2006 che prevedevano anche la richiesta di revoca dell’AIA all’Ilva. Successivamente, dopo la pubblicazione il 3 ottobre 2016 di un ulteriore studio epidemiologico che conferma la correlazione tra le emissioni dell’Ilva e le malattie e le morti a Taranto e dopo le ulteriori relazioni ISPRA sulle violazioni da parte dell’Ilva di quelle stesse norme ambientali già insufficienti e previste nelle varie leggi salvailva, è stata approvata dal Consiglio comunale di Taranto un’ulteriore mozione da me presentata che impegna ancora il Sindaco a chiedere al Ministero dell’Ambiente l’attivazione delle procedure previste dal Testo unico sull’ambiente e quindi la revoca dell’AIA all’Ilva.
Il nostro Sindaco ottempera a modo suo, chiedendo al Ministero se davvero ci sono rischi per la salute dei tarantini ……….Insomma le solite ” letterine” che rimangono senza risposte, mentre a Taranto continuamo ad ammalarci ed a morire.
Fortunatamente procede speditamente il ricorso collettivo che ho promosso alla Corte di Strasburgo contro lo Stato italiano per violazione dei diritti fondamentali alla vita ed alla salute di noi tarantini e lo scorso 14 febbraio 2017 i nostri avvocati dello studio legale internazionale di Roma hanno presentato le controrepliche alle difese del Governo italiano. Se il Governo non ci farà attendere troppo tempo per conoscere le sue controdeduzioni, potremmo arrivare a sentenza dopo l’estate e ricominciare così a credere che a Taranto sia possibile un futuro diverso .

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